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Cittadinanze
Imperfette. Rapporto sulla discriminazione
razziale di rom e sinti in Italia, a cura di Nando
Sigona e Lorenzo Monasta, Spartaco,
2006

"Per
risolvere un problema complesso come quello dell'integrazione
dei rom tutti i livelli istituzionali devono cooperare,
e sottolineo la necessità che vi siano
le risorse necessarie"[Paolo Ferrero, ministro].
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il comunicato
stampa di 'Rom e Sinti Insieme'
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l'articolo apparso il 14 agosto 2007 sull'International
Herald Tribune con intervista a Piero Colacicchi
(osservAzione)
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Parla
molto di noi la questione «zingara»
Alberto Burgio
[Il
Manifesto, 17 agosto 2007)
Ciclicamente,
come le polemiche sui morti della strada o i roghi
estivi (esempio non casuale), riesplode la questione
dei campi nomadi. Che ci sia di mezzo il morto
(i morti, come i bimbi arsi vivi a Livorno in
quello che pare un ennesimo atto criminale) o
le gesta squadriste dei padani (come l'anno scorso
a Opera), cambia poco. Sta di fatto che di questa
questione è impossibile liberarsi. Per
nostra fortuna.
Perché? Perché la questione degli
«zingari» parla di noi. Qualche giorno
fa sul manifesto Enzo Mazzi diceva degli intrecci
tra la loro e la nostra cultura. Si potrebbe scavare
ancora e scoprire che c'è un legame profondo
tra l'esperienza (e il disagio) della stanzialità
e l'esperienza (lo stereotipo) del nomadismo.
Che diventa un'icona del rimosso e catalizza (qui
c'è una convergenza con l'antisemitismo)
i furori razzisti della civitas christiana.
Ma non parla di noi solo per questo, la questione
«zingara». È parte integrante
della nostra storia politica. Di noi italiani
(italiani come e non più delle decine di
migliaia di rom e sinti cittadini di questa Repubblica),
di noi europei (come altre decine di migliaia
di rom e sinti e camminanti che vivono nelle nostre
città). Faremmo bene a ricordarcene, e
invece ce ne dimentichiamo. Perché si tratta
di pagine cupe e pesanti come pietre.
La prima riguarda le guerre «umanitarie»
nei Balcani. I rom di origine jugoslava (bosniaca
e kosovara) sono profughi di quelle guerre di
cui l'Italia fu sciagurata protagonista. Sono
sfuggiti a vendette e «pulizie etniche»
che hanno via via assunto le proporzioni di un
pogrom. Si imporrebbe quindi, per cominciare,
un bilancio serio dei conflitti che insanguinarono
la Jugoslavia lungo gli anni Novanta. Un bilancio
che non rimuova la destabilizzazione che li preparò
con l'intervento di formazioni terroristiche sotto
copertura occidentale.
La seconda pagina del nostro album riguarda le
sistematiche persecuzioni inflitte a sinti e rom
dopo l'89 in tutte le loro terre d'origine, dalla
Slovacchia alla Boemia, dalla Moldavia alla Cechia,
all'Ungheria, alla Romania. Nell'indifferenza
generale della civile Europa.
La terza (sfondo alle altre) concerne lo sterminio
nazista, cui il nostro paese partecipò
con leggi e deportazioni. Si diceva delle convergenze
con
l'antisemitismo. Nel 1936 il Reich equiparò
gli «zingari» - emblema di «asocialità»
- agli ebrei. Lo sfondamento della Wehrmacht a
est fu l'inizio di un calvario che mise capo allo
sterminio di mezzo milione di sinti e rom. Ma
anche l'Italia fece la sua parte. La persecuzione
dei rom prese avvio qui, nei primi anni del fascismo.
E le leggi del '38 riguardarono anche gli «zingari»,
non solo gli israeliti.
Storia? Non soltanto. Alla base di queste nefandezze
operarono stereotipi che
ancora impregnano le nostre discussioni. Di questo
popolo si dipinge un ritratto che non è
il suo. I rom jugoslavi avevano le loro case prima
che esse venissero sottratte loro a forza. E all'est
vivevano sì in condizioni disagiate, ma
con un grado di integrazione che noi neppure immaginiamo.
Ma a chi interessa capire se urge giudicare? Si
dice del degrado dei campi nelle nostre periferie.
Quei campi che tanto spiacciono al cattolico onorevole
Casini, ansioso per il decoro delle nostre «grandi
città». Quei campi per i quali il
democratico sindaco di Torino (come tanti altri
dell'Unione, da Roma a Pavia) invoca «poteri
straordinari» per i prefetti e interventi
«anche oltre le regole pubbliche»,
pur di «ridurre il numero di rom».
Allora bisogna dirlo chiaro: i campi come li conosciamo
in Italia non si trovano in altri paesi europei
perché altrove i rom vivono in comuni abitazioni
grazie a un efficace sistema di sostegno, nel
pieno rispetto delle regole.
Dopodiché siamo d'accordo: le prediche
non bastano e nemmeno basta la memoria (che pure
è un dovere politico, oltre che morale).
Dunque che fare? Non si
può scantonare da alcuni punti fermi. I
rom rumeni non sono extracomunitari,
sono europei come tutti gli altri. I rom italiani
(70 mila) sono cittadini italiani, come tutti
gli altri. A qualcuno potrà spiacere, ma
è così. Quindi nessun diritto speciale,
nessun trattamento ad hoc. Quanto agli apolidi,
essi sono profughi, protetti dalla Costituzione,
che riconosce loro (ancora) il diritto d'asilo.
Piuttosto chiediamoci: quale risarcimento pensiamo
si debba ai rom immigrati nel nostro paese l'Italia,
oggi accusata dalla Ue di non applicare la direttiva
«contro la discriminazione basata sulla
razza e le origini etniche», ieri in prima
linea nelle guerre balcaniche?
Veniamo al Kosovo. In questi anni, pur controllando
militarmente parte del
territorio, l'Italia non è stata in grado
(per responsabilità bipartisan) di tutelare
la presenza dei rom nella regione. Nel Kosovo
di oggi, protettorato militare e luogo di loschi
incontrastati traffici, le minoranze (i rom, ma
anche la piccola comunità ebraica) non
hanno possibilità di sopravvivenza e sono
costrette a esodi di massa, che riversano centinaia
di migliaia di persone nel resto dell'Europa e
in particolare in Italia. Domanda: dopo aver bombardato
case, ospedali e infrastrutture civili, dopo aver
consegnato il territorio alla mafia kosovara (per
tacere dello scandalo degli aiuti umanitari, delle
tonnellate di beni di vario genere destinati alle
popolazioni balcaniche e rimasti a Bari, dei legami
con la malavita meridionale), quali programmi
sociali ci impegniamo a sostenere? Quale tutela
dei tesori storici e artistici, quale difesa delle
minoranze, della vita e della cultura di ognuno?
Le forze di occupazione in Kosovo (di questo ormai
si tratta) preferiscono assecondare l'irredentismo
schipetaro-albanese e gli appetiti degli americani
(che intanto hanno installato, in funzione antirussa,
la più grande base militare della regione).
In questo quadro si gioca la partita dell'indipendenza
formale del Kosovo albanesizzato, per la quale
anche il nostro governo pare propendere.
Non si finga di non sapere che, ove venisse concessa,
l'«indipendenza» cancellerebbe qualsiasi
possibilità di convivenza democratica e
paritaria tra le popolazioni della regione. E
negherebbe ai rom ogni speranza di fare ritorno
nella propria terra.
Non si faccia il solito doppio gioco di causare
disastri e poi lanciare accuse
per le loro conseguenze.
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