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Cittadinanze
Imperfette. Rapporto sulla discriminazione razziale
di rom e sinti in Italia, a cura di Nando
Sigona e Lorenzo Monasta, Spartaco,
2006

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È
ora di cambiare rotta!
di
Piero Colacicchi, presidente di osservAzione
[da Guerre & Pace, 2007]
Le
azioni razziste contro i rom a Opera hanno finalmente
sollevato la questione della discriminazione verso
questo popolo in una larga parte della stampa
e delle istituzioni. È sperabile che l'interesse
non si fermi qui e abbia inizio un dialogo che
porti a un generale cambiamento di mentalità e
alla soluzione dei problemi * presidente di "osservAzione,
onlus, centro di ricerca-azione contro la discriminazione
di rom e sinti". Di tutto ci si poteva aspettare
nell'evolvere delle vicende che riguardano rom
e sinti, ma nessuno avrebbe mai detto che si dovessero
quasi ringraziare fascisti e Lega perché la loro
azione ha fatto sì che alcune voci forti e una
parte della stampa si muovessero a difendere un
gruppo di rom. Tutto per qualche tenda vuota data
alle fiamme da leghisti e giovani sovreccitati
di Alleanza nazionale e una manifestazione di
intolleranza, dura ma non nuova per l'Italia,
in quel di Opera, fuori Milano. E questo in un
inverno in cui sono bruciati vivi due coppie di
giovanissimi rom, subito dimenticati; in cui si
sono visti un buon numero dei soliti blitz con
distruzione di baracche e di effetti personali,
ordinati da sindaci ed eseguiti dalle forze dell'ordine;
in cui la vita nei "campi nomadi" ha registrato
la solita routine di disperazione, malattie, fame
senza che nessuno, tranne i "soliti" e ignorati
volontari, se ne sia reso conto. Non è chiaro
perché proprio questa vicenda di Opera abbia suscitato
tanto interesse. Forse è stata la presenza ufficiale
di politici di destra, ma è anche possibile che
abbia colpito proprio la calma e la dignità, in
contrasto con il becerume degli assedianti, con
cui l'intera vicenda è stata vissuta dai rom,
abituati, in Romania, a ben più gravi violenze.
Certo è che mai finora si era registrato tanto
interesse da parte dei media per quanto accade
a dei rom e a dei sinti. Saranno da ricordare,
specialmente, la trasmissione su "La 7" e gli
articoli che Gad Lerner ha pubblicato su varie
testate. In particolare quello, ottimo, del 1
marzo su "la Repubblica", che ha aperto alla discussione
un argomento considerato finora tabù in un giornale
di grande tiratura. Speriamo che il loro impatto,
almeno su alcuni livelli di opinione pubblica,
sia duraturo.
ACCUSE
DI RAZZISMO ALL'ITALIA
Poco,
invece, cambierà durevolmente nella sostanza,
per lo meno finché queste nuove ventate di interesse
non avranno smosso qualcosa anche nei nostri ministeri
e nei vari settori del nostro governo. Perché
ciò che serve non è soltanto un atteggiamento
più benevolo, più tollerante da parte della gente:
bisogna che l'Italia, attraverso le sue istituzioni,
i suoi organismi politici centrali e periferici
promuova un totale cambiamento di rotta. Bisogna
chiedere ufficialmente scusa ai rom e ai sinti
tutti - non solo a quelli di Opera - risolvendo
velocemente alcuni problemi fondamentali, anche
alla luce delle ormai infinite accuse di razzismo
che ci arrivano dal Consiglio d'Europa e dalle
sue Commissioni. Un esempio: nella risposta conclusiva
al reclamo esposto dal Centro europeo per i diritti
dei rom (Errc), dichiarato ammissibile dal Comitato
europeo per i diritti sociali - comitato di esperti
indipendenti istituito secondo l'Articolo 25 della
Carta sociale europea nella sua 212ª sessione
- nell'aprile dell'anno scorso, contenente l'accusa
che la situazione abitativa dei rom e dei sinti
in Italia corrisponde a una violazione dell'Articolo
31 della Carta dei diritti sociali revisionata,
si afferma che "l'inadeguatezza dei campi sosta
per rom e sinti costituisce una violazione dell'Articolo
31 §1 della Carta, letto congiuntamente all'Articolo
E; […] che gli sgomberi forzati e le altre sanzioni
ad essi associati costituiscono una violazione
dell'Articolo 31§2 letto congiuntamente all'Articolo
E; […] che la mancanza di soluzioni abitative
stabili per rom e sinti costituisce una violazione
dell'Articolo 31§1 e dell'Articolo 31§3 della
Carta, letti congiuntamente all'Articolo E". Come
dice Shylock ne Il Mercante di Venezia di Shakespeare,
"Un ebreo [un rom] non ha occhi? Un ebreo non
ha mani, membra, sensi, passioni? Non si nutre
dello stesso cibo, non è ferito dalle stesse armi,
non è soggetto alle stesse malattie, non si guarisce
con gli stessi mezzi, non ha il freddo dello stesso
inverno e il caldo della stessa estate di un cristiano?"
(1).
URGE
UNA CAMPAGNA CONTRO LE DISCRIMINAZIONI
Pure
è già passato un anno e non si è mosso niente.
Sarebbe l'ora, invece, che anche i ministri della
repubblica si provassero a pensare i rom e i sinti
come a normali esseri umani, animati - come lo
sono i ministri stessi - da passioni e reazioni,
da gratitudine e risentimento, da affetto e ostilità.
Si mettano nei panni di quei rom e sinti che da
due o anche tre generazioni non conoscono altro
modo di vivere che quello che "offrono" i campi.
Di quei rom, figli di immigrati ma nati in Italia,
che dopo esser stati costretti a vivere in campi
abusivi non si vedono riconosciuto il diritto
alla cittadinanza e vivono da dieci, quindici
anni - loro, i loro figli e presto anche i nipoti
- nella condizione inumana di sans papiers. Provino
i ministri, i politici a mettersi nei loro panni:
forse allora si renderanno conto che non si tratta
di soggetti pericolosi per l'ordine pubblico,
come molte circolari ministeriali fanno ancora
intendere, ma di persone prive di potere e armate,
questo sì, di molto coraggio e di tanta, infinita
pazienza. Se lo facessero, se in molti lo facessero,
forse si accorgerebbero che la visione che dei
rom e dei sinti hanno ancora troppe persone, e
specialmente troppi tra i nostri governanti, è
assurda, coloniale, razzista, ormai del tutto
improponibile e che è ora di cambiarla, prima
che sia troppo tardi sia per loro che per noi.
Urge, quindi, una seria campagna contro le discriminazioni,
come richiesto anche dall'Ecri, la Commissione
europea contro il razzismo e l'intolleranza. È
necessario che l'Unar, l'Ufficio contro le discriminazioni
razziali, che ora dipende dal ministero per le
Pari opportunità ottenga una reale ed effettiva
indipendenza e sia dotato dei mezzi e del potere
di prendere posizione anche contro enti locali
e gli istituti governativi, se necessario. È urgente
dare ai rom e ai sinti che sono da sempre cittadini
italiani i mezzi per avere più ampie rappresentanze
negli organi di amministrazione.
LA
STRADA DA SEGUIRE
A
Firenze si sta verificando qualcosa di abbastanza
significativo. Nel territorio vi sono circa 200
famiglie di rom, provenienti dalla ex Jugoslavia,
equivalenti a poco più di mille persone. Negli
anni Novanta, quando i campi di Firenze erano
favelas senza i benché minimi servizi che li rendessero
anche temporaneamente accettabili, quando presentarsi
al lavoro dando come indirizzo il "campo nomadi"
voleva dire venir cacciati in malo modo, quando
non passava giorno senza che apparissero articoli
che lamentavano la presenza dei "nomadi" - descritti
sempre come sporchi, ladri, infingardi -, quando
nessun bar avrebbe mai servito uno di loro, il
numero dei rom nel carcere di Sollicciano variava
tra le trenta e le quaranta unità, con una buona
percentuale di donne condannate per piccoli furti.
Oggi, quando ogni famiglia rom ha almeno un membro
che lavora, quando due terzi dei campi sono stati
eliminati e sostituiti con villaggi relativamente
decenti, quando più di sessanta famiglie vivono
in appartamenti, il numero dei nuovi ingressi
in carcere di rom provenienti dal territorio fiorentino
è sceso a poche unità, equivalente in percentuale
a quello dei non rom. Questo è il risultato di
un rapporto costante intrattenuto con i campi
da alcuni amministratori, i quali hanno capito
che la soluzione dei problemi che affliggono questa
popolazione e di riflesso l'ordine pubblico consiste
nella collaborazione delle istituzioni con i rom
e non nella trasformazione della loro psicologia,
della loro cultura, delle loro tradizioni cosiddette
nomadi. È un dato locale che però può indicare
la strada maestra per il futuro: sempre che ci
sia qualcuno disposto a seguirla.
IL
PERICOLO DEL DIFFERENZIALISMO
La
storia della presenza dei rom e dei sinti in Italia,
e dei movimenti nati per dare al loro futuro una
direzione degna di un paese civile, passa per
molti tentativi e delusioni, ma specialmente per
una lenta maturazione culturale degli italiani
che, come parte di una società maggioritaria,
si sono confrontati con la questione. Sottolineo:
degli italiani (a cominciare dal sottoscritto,
uno dei tanti che dagli anni Ottanta frequenta
i campi), non dei rom o dei sinti. Lo scoglio
da superare, per molti ancora oggi, è quello del
paternalismo, di un certo differenzialismo culturale
per così dire soft (più pericoloso delle contestazioni
tipo Opera), che dietro la pretesa di difendere
le differenze in realtà le sottolinea, al punto
da impedire qualsiasi possibilità di discutere,
anzi di intravedere, le offese ai diritti. Diritti
che non possono, per definizione, essere differenti
e che sono a fondamento dell'individualità e della
possibilità di difendere la propria cultura da
parte di chiunque, se, quando e come vuole. Il
non partire dai diritti porta, per forza di cose,
a una forma di colonialismo. Il discorso vale
tanto per le destre quanto - e forse è meno ovvio
- per le sinistre. Scriveva già nel 1992 René
Gallissot: "Il fatto che la sinistra sia passata
o passi dall'assimilazionismo alla differenza,
ritenuta da privilegiare e definita come segno
e linea di separazione, è una concessione al nazionalismo
dominante che enfatizza la distinzione tra ciò
che è nazionale, europeo o occidentale e ciò che
è straniero, incompatibile perché estraneo a tale
mondo. È indubbio che lo scivolamento si realizza
mediante la deriva in un culturalismo che si compiace
delle specificità, dell'identità o dell'etnicità.
Ma le differenze si costituiscono come distanze
e le distanze diventano insuperabili" (2). Un
differenzialismo da cui è nata tra l'altro, negli
ultimi tempi, l'assurda proposta di un "patto
di legalità e socialità" tra rom e amministrazioni,
patto che, nella realtà, scaricherebbe le amministrazioni
da ogni responsabilità.
ASPETTIAMO
PASSI RISOLUTIVI
Ora
aspettiamo passi seri da parte degli organi centrali
dello Stato, tali da risolvere quanto accertato
dal Comitato europeo per i diritti sociali. Il
Comitato infatti ricorda che " […] anche se, in
conformità alle normative interne, le autorità
locali o regionali, i sindacati o le organizzazioni
professionali sono responsabili dell'esercizio
di funzioni particolari, gli stati facenti parte
della Carta continuano a essere responsabili,
in base a obblighi internazionali, che tali responsabilità
siano affrontate in maniera corretta (Errc contro
la Grecia, Reclamo No. 15/2003, decisione in merito
del 8 dicembre 2004, §29). Quindi la responsabilità
ultima dell'implementazione di politiche che almeno
comprendano la supervisione e la regolamentazione
di azioni locali risiede presso lo stato italiano.
Inoltre, in quanto firmatario della Carta revisionata
e parte contro cui vengono mossi dei reclami,
il governo deve essere in grado di mostrare che
sia le autorità locali sia esso stesso hanno preso
le misure necessarie per assicurare che l'azione
locale sia effettiva". Il 14 febbraio scorso,
durante una riunione al ministero degli Interni
organizzata dalla sottosegretaria Marcella Lucidi,
la stessa ha avanzato un'idea che, alla luce di
quanto è sempre stato l'atteggiamento del governo
verso i rom e i sinti, fa sperare che qualcosa
cominci a muoversi: quella di far organizzare
dallo stesso ministero degli Interni per l'8 aprile,
giornata internazionale del popolo rom e sinto,
un incontro pubblico tra rom, sinti e rappresentanze
di ogni ministero per affrontare i problemi che
questi incontrano nel nostro paese. Dopo la crisi
di governo il progetto sembra sia stato rimandato,
forse cancellato. Peccato: sarebbe stato un segno
di rispetto straordinariamente forte, doveroso,
sia nei confronti dei rom e dei sinti, sia di
coloro che li considerano un popolo senza diritti.
NOTE
(1)
Vedi anche Francesco Codello, Modelli fallimentari;
"A" rivista anarchica, anno 37, n° 3, marzo 2007.
(2) René Gallissot, Razzismo e antirazzismo: la
sfida dell'immigrazione, Edizioni Dedalo, Bari,
1992.
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