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Diritti,
Rom e psichiatria
Di
Piero Colacicchi
Quando negli anni
novanta si aprì la discussione sui campi
per Rom fui fortemente impressionato da alcuni
paralleli con quanto avevo visto negli anni precedenti
seguendo il lavoro di Giorgio Antonucci negli
ospedali psichiatrici. Qui mi trovavo di fronte
a persone che insistevano perché venissero
approvate leggi regionali che istituzionalizzassero
l’esistenza di campi per nomadi, sostenendo
che i Rom erano incapaci di vivere tra la gente
(tra ‘noi’), che erano nomadi e che
promuoverne l’integrazione sarebbe stato
un atto di violenza, mentre i Rom stessi dichiaravano
di non essere affatto nomadi, di non aver mai
vissuto in campi e di non volerne sapere: chiedevano
case, lavoro, scuole per i figli. Là, negli
ospedali psichiatrici, avevo visto la pretesa
da parte degli psichiatri di curare persone giudicate,
anche in questo caso da loro, incapaci di vivere
tra la gente, internandole magari per anni; e
mi era stato mostrato come questo non avesse niente
a che fare con la realtà in cui erano vissuti
e che volevano vivere i ricoverati. Nell’uno
e nell’altro caso alcune autorità
pretendevano di fare gli interessi di altri e
di curarne i diritti, mentre i diretti interessati
chiedevano, in un modo o in un altro, cose del
tutto diverse: e per prima cosa la libertà
di scelta. Venivano a cozzare così due
concezioni del tutto opposte del concetto di diritto:
un ‘diritto’ difeso autoritariamente
da alcuni, che si dichiaravano esperti e affermavano
l’incapacità di quegli altri di difendersi,
ed un diritto reclamato dai diretti interessati
ed appoggiato da persone che traevano le loro
convinzioni e le loro conclusioni dalla volontà
di quegli stessi che gli esperti consideravano
incapaci a vivere secondo le loro idee. Né
nel campo della psichiatria né in quello
dei Rom il dibattito è chiuso, tolto il
fatto che i Rom stessi hanno cercato il modo di
disfarsi degli esperti e di prendere in mano le
redini del loro destino. Gli oggetti delle attenzioni
degli psichiatri, invece, quelli che vengono definiti
‘malati mentali’, sono ancora costretti
a subire la volontà di coloro che li trattengono
nei loro ‘ospedali’ non essendo essi
ancora riusciti a imporre – cosa, del resto,
realisticamente quasi impossibile - o non avendo
ancora ottenuto da chi li appoggia – cosa
anch’essa ad oggi solo in pochi casi possibile
per il rapporto di forze contrario - la loro libertà.
Perché è così difficile per
i ‘ricoverati mentali’ (oggi vittime
più di prigioni chimiche che architettoniche)
ottenere la libertà di decidere il loro
destino? Proprio perché vengono definiti
malati e perché la psichiatria, a differenza
di quelle pseudo-antropologie che hanno tentato
di imporre la loro idea dei Rom, vive all’interno
di un comparto il cui potere, anche storico, è
enorme e non è, nel suo insieme, criticabile:
la medicina. I Rom invece possono difendersi chiamando
apertamente razzista chi voglia opprimerli ed
il razzismo, per quanto oggi ancora –anzi
sempre più – diffuso è, dopo
la scoperta degli orrori dei lager della Germania
e dei ghetti del Sudafrica oggetto di dibattito
e di condanne a livello mondiale.
Un libro uscito recentemente riapre però
il dibattito – in realtà mai chiuso,
come si diceva, se pur costretto in limiti ristrettissimi
– sul rapporto tra psichiatria e medicina,
tra cura e danno e tra diritti reali e ‘diritti’
imposti. “Sorvegliato Mentale: Effetti
Collaterali degli Psicofarmaci”
di Paola Minelli e Maria Rosaria D’Oronzo,
ed Nautilus, Torino, è un manuale ragionato
dei farmaci usati dagli psichiatri per ‘curare’,
cioè rinchiudere chimicamente, i loro pazienti
e degli effetti ‘collaterali’ (ma
che dovremmo chiamare reali in opposizione a quelli
pretesi ) che questi farmaci hanno sulla salute:
su quella vera, quella fisica. Effetti sempre
negativi, a volte tremendi, che vanno dalle convulsioni
a danni definitivi ed irreparabili. Per curare
che? Opinioni. Opinioni di singoli, contrarie
al sentire comune e giudicate quindi segno di
malattia. Oppure per eliminare brutalmente contraddizioni
interne, sempre di singole persone già
di per sé impossibilitate a difendersi:
quelle contraddizioni in cui ciascuno di noi potrebbe
trovarsi e che spesso generano drammatiche, paralizzanti,
incertezze. Da capire. Da affrontare con il rispetto
che le stesse autrici del libro mettono giornalmente
in pratica nel loro lavoro. Per gli psichiatri,
invece, malattia, schizofrenia: da estirpare,
con ogni mezzo.
In un bel saggio del 1939 su alcune peculiari
fisime di Jonathan Swift, Aldous Huxley ( l’autore
di Bravo Mondo Nuovo, romanzo/manifesto sulla
possibilità di asservire persone per mezzo
di sostanze chimiche e sul tipo di regime assoluto
che ne deriverebbe ) scriveva: “ Le nostre
menti, come i nostri corpi, sono colonie di vite
separate che convivono in una condizione di simbiosi
cronicamente ostile; l’anima è in
realtà un grande conglomerato di anime
e il nostro comportamento è, in qualunque
dato istante, il prodotto di questa loro guerra
infinita.” In quello stesso anno 1939 gli
psichiatri Cerletti, Bini (italiani) e Kalinowski
(tedesco) perfezionavano l’elettroshock,
cioè l’uso di violente scariche elettriche
per curare la malattia delle contraddizioni, la
schizofrenia. L’idea di usare l’elettroshock
su persone partiva, com’ è noto,
dall’osservazione del metodo usato nel macello
di Roma per anestetizzare i maiali prima dell’uccisione.
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