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Stato può essere illegale. Ma non può
esserlo un gruppo etnico. Uno Stato che tratta
un gruppo etnico come portatore di insicurezza
e illegalità commette un’ulteriore
violazione della legge ed è imputabile
di razzismo... "
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Piccolo
discorso sulla legalità, i diritti ed i
doveri
di
Lorenzo Monasta, osservAzione
Da
tempo in Italia il discorso istituzionale sul
“problema zingaro” utilizza due concetti
forti, che paiono nell’immediato dare forza
e legittimare, appunto, il meccanismo istituzionale
stesso: il rispetto della legalità, e l’elargizione
di diritti in cambio di un impegno da parte di
chi riceve questi diritti a rispettare determinati
doveri. Tali concetti vengono utilizzati strumentalmente,
a nostro avviso, per giustificare l’attuale
situazione che vede nelle istituzioni stesse le
principali responsabili dell’emarginazione
di molti rom e sinti.
Riteniamo
sia importante soffermarsi su questi due concetti,
utilizzati sia dalla destra che dalla sinistra,
per sottolineare alcune forti ambiguità
che a noi appaiono elementari, ma che continuano
ad apparire ai più come argomentazioni
ragionevoli a causa del pregiudizio.
In
uno stato di diritto tutti i cittadini sono chiamati
al rispetto delle leggi. Tuttavia, a seconda dei
momenti, le istituzioni e le forze dell’ordine
rispettano e fanno rispettare alcune leggi piuttosto
che altre. O sono portate a far rispettare le
leggi ad alcune frange della popolazione piuttosto
che ad altre. Non vi è quindi nella pratica
nè un bilanciamento tra il reato e la pena,
nè vi è una parità tra persone
diverse che commettano un reato. Un esempio eclatante
di questo fenomeno è l’esistenza
di “campi nomadi” gestiti dalle istituzioni
in cui non vengono rispettati i criteri minimi
di dignità e di sicurezza. Altri esempi,
citati nel rapporto Cittadinanze Imperfette, sono
i numerosi abusi commessi, e mai perseguiti, dalle
forze dell’ordine ai danni dei rom e sinti.
Il mancato rispetto della legge regionale 54/89
del Veneto, a carattere urgente, da parte dei
Comuni è un altro chiaro segnale di questo
atteggiamento. L’area che ospita 30 famiglie
di rom macedoni a Bolzano è stata costruita
sopra una discarica mai opportunamente bonificata,
contro tutte le leggi e disposizioni in merito
attualmente vigenti. Gli esempi di istituzioni
che non rispettano le leggi e ledono in questo
modo i diritti di rom e sinti, sono purtroppo
molti. In particolare rispetto a questioni relative
a rom e sinti, pare evidente più che in
altri contesti, che le decisioni non vengano prese
in base alle leggi nè al buon senso, ma
vengano dettate dal pregiudizio e dall’irrazionalità.
Anche nelle aule di tribunale, spesso i rom e
sinti vengono giudicati a priori in base alla
loro appartenenza, più che in base all’evidenza
raccolta a carico degli imputati.
Chiedere
specificamente a rom e sinti che si impegnino
a rispettare le leggi implica, inoltre, un altro
grave pregiudizio.
In
primo luogo significa attribuire ai rom e sinti,
in quanto gruppo etnico, una propensione a violare
le leggi e a delinquere. Tale generalizzazione
– definita razzismo – fu portata alle
estreme conseguenze dal nazi-fascismo che internò
e sterminò più di 500 mila rom e
sinti, definiti asociali. I rom e sinti pare suscitino
tali e tanti sentimenti pregiudiziali da far dimenticare
anche a ministri della Repubblica che le responsabilità
civili e penali in Italia sono individuali, e
che in ogni caso nessuno può essere considerato
colpevole di un reato prima che si esauriscano
i tre gradi di giudizio. Tali norme, richiamate
a gran voce quando ad essere implicati sono parlamentari
e alti funzionari dello Stato, vengono dimenticate
quando si parla del problema legalità che
coinvolge rom e sinti.
In
secondo luogo, ciò significa ignorare l’esistenza
di molti rom e sinti al di fuori dei criteri di
identificabilità tracciati dal pregiudizio
stesso. Esistono in Italia decine di migliaia
di rom e sinti, italiani e stranieri, integrati
nel tessuto sociale del loro Paese d’appartenenza
o d’adozione, che devono ad oggi nascondere
la loro identità a causa delle mancanze
gravi dello Stato italiano nella tutela della
loro esistenza.
In
terzo luogo, significa sminuire le conseguenze
dell’emarginazione e dell’isolamento
causate dalle istituzioni, come più volte
denunciato da organizzazioni ed istituzioni europee.
Se, infatti, vi fosse una più alta propensione
a delinquere da parte di rom e sinti che vivono
in situazioni di marginalità, ricordiamo
che dalla fine del 1800 fino alla metà
del 1900 nelle carceri minorili dello stato di
New York la nazione più rappresentata era
l’Italia. L’Italia era anche la più
rappresentata tra i condannati a morte, anche
se, come negli ultimi tempi si è venuti
a sapere, si è spesso trattato di innocenti.
Nelle miniere del Belgio, gli emigranti italiani
sfruttati e constretti a condizioni di vita indignitose
erano spregiativamente chiamati “cíncali”,
zingari. Anche la sinistra di governo pare dimenticare
che la lotta all’emarginazione e a favore
della giustizia sociale e della pari dignità
è lo strumento principale per garantire
quella sicurezza che la politica ha trasformato
in un concetto freddo e volgare. La sicurezza
non vuol dire, infatti, costruire muri più
alti che proteggano il privilegio. Significa piuttosto
potersi sentire parte di un contesto di giustizia
sociale, in cui i più forti non abusino
del potere istituzionale, politico e della legge.
Infine,
non possiamo mettere sullo stesso piano nella
violazione della legge, un’istituzione ed
un singolo cittadino. Un sistema che punisce più
gravemente una persona che ruba una gallina per
mangiare che un apparato istituzionale che produce
emarginazione e constringe le persone a vivere
in condizioni degradanti, solo a causa della propria
appartenenza etnica, non è un sistema giusto.
Lo Stato italiano, non per nostra affermazione,
ma per le numerose condanne ricevute dalle Nazioni
Unite e da istituzioni europee, non rispetta le
leggi in materia di non discriminazione e tutela
della minoranza rom e sinta. È quindi colpevole
di illegalità. Uno Stato può essere
illegale. Ma non può esserlo un gruppo
etnico. Uno Stato che tratta un gruppo etnico
come portatore di insicurezza e illegalità
commette un’ulteriore violazione della legge
ed è imputabile di razzismo.
Il
grave deficit dello Stato italiano nel riconoscimento
e nella tutela di rom e sinti, e le numerose azioni
portate avanti sino ad oggi che hanno prodotto
emarginazione e isolamento sono azioni illegali
e, prima di tutto, profondamente ingiuste. Non
è quindi in alcun modo corretto che lo
Stato parli di doveri di rom e sinti e di problema
di legalità ad essi collegato. Si dovrebbero
piuttosto colmare le lacune per fare in modo che
lo Stato e le sue istituzioni siano le prime a
rispettare la legalità nel trattamento
di rom e sinti.
Lo
stesso discorso vale per i diritti ed i doveri.
Sul piano dei doveri tutti i cittadini sono uguali.
Non è possibile in alcun modo chiedere
ad uno specifico gruppo un impegno particolare
nel rispetto dei doveri di tutti i cittadini.
I diritti e i doveri devono essere forgiati a
seconda delle esigenze dei cittadini e nel rispetto
di tutti. La legge discende dalla giustizia e
non viceversa. Se i sinti, ad esempio, hanno bisogno
di spazi residenziali diversi da quelli condivisi
dai più (ed è stato inoltre dimostrato
che costano di meno), senza che questo generi
la violazione del diritto di qualcun altro, tale
diritto dev’essere sancito per consentire
ad una società plurale la sufficiente flessibilità
e la convivenza serena.
Ancora
meno si può chiedere il rispetto di doveri
in cambio di diritti inalienabili. Togliere la
casa ad una famiglia per il fatto che uno dei
membri abbia commesso un reato non è un
criterio applicato a tutti ed è pertanto
profondamente ingiusto ed illegale.
La
legalità, che dovrebbe essere strumento
di tutela di uguaglianza e giustizia, il nomos
la cui funzione universale è subordinata
alla giustizia, diventa in questo modo strumento
per l’esercizio arbitrario del potere. E
quindi, anche il richiamo istituzionale alla legalità,
in quest’ottica, non sostiene più
la tutela della convivenza civile, ma si deforma
in semplice ricerca di legittimazione di sè.
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