| The
latest public enemy: Romanian Roma in Italy,
relazione (EN) di Nando Sigona presentata al Comitato
di Esperti su Rom e Sinti del Consiglio d'Europa,
08.11.'07
Cittadinanze
Imperfette. Rapporto sulla discriminazione
razziale di rom e sinti in Italia, a cura di Nando
Sigona e Lorenzo Monasta, Spartaco,
2006

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L’ultimo
nemico pubblico: I rom romeni
Nando Sigona * [postmaster@osservazione.org]
Della
sicurezza perduta
«Prima dell’entrata della Romania
nell’Unione Europea, Roma era la capitale
più sicura del mondo... Bisogna riprendere
i rimpatri». Era inizio novembre e l’allora
sindaco di Roma, Walter Veltroni, non faceva prigionieri
e identificava senza esitazione i colpevoli dell’ondata
di criminalità che stava allarmando i cittadini
della capitale. La tragica morte di Giovanna Reggiani
a seguito della brutale aggressione da parte di
un cittadino romeno aveva scosso profondamente
la città. Il governo, che si apprestava
a varare il tanto annunciato «pacchetto
sicurezza», decideva allora di estrarne
alcuni provvedimenti da rendere operativi immediatamente
attraverso il decreto-legge n.181/2007. L’obbiettivo
era facilitare l’espulsione di cittadini
comunitari ritenuti dalle autorità una
minaccia per la pubblica sicurezza e per la sicurezza
dello Stato.
La tempistica dell’intervento è stata
oggetto di critiche, talvolta da posizioni opposte.
Secondo un funzionario del dipartimento per le
Pari Opportunità intervistato nelle settimane
calde dell’emergenza, «fino a non
molto tempo fa la situazione appariva sotto controllo
e non di nostra competenza e, probabilmente, abbiamo
sottovalutato la portata del fenomeno».
A conferma di ciò, in un’intervista
al Financial Times, Romano Prodi affermava: «nessuno
poteva prevedere un flusso di tale portata. Nessuno
si aspettava un tale esodo dalla Romania verso
l’Europa».
Nonostante gli sforzi compiuti dal ministro Ferrero
e dal sottosegretario De Luca nei mesi precedenti
alla crisi per stemperare la tensione e promuovere
l’integrazione dei rom, alcuni osservatori
hanno evidenziato come la carenza di coordinamento
tra i vari ministeri e tra il governo centrale
e i comuni abbia indebolito l’efficacia
di queste pur valide iniziative.
Il provvedimento «urgente e necessario»
nelle prime ore ha riscosso l’approvazione
pressocchè unanime delle forze politiche
italiane – i distinguo sono iniziati solo
dopo qualche giorno, soprattutto in sede di dibattito
parlamentare – mentre ha suscitato un coro
di proteste da parte delle associazioni e del
volontariato, ma anche di importanti osservatori
internazionali, che hanno manifestato perplessità
per un provvedimento che, per quanto di portata
generale nella forma, appariva nella sostanza
diretto ad un gruppo specifico di persone: i rom
romeni.
Per il presidente dell’assemblea parlamentare
del Consiglio d’Europa: «l’arresto
di un cittadino rumeno sospettato per l’omicidio
non deve portare ad una caccia alle streghe. Il
governo italiano ha il diritto di espellere dei
soggetti sulla base di considerazioni legate alla
sicurezza, ma tutte le decisioni devono essere
prese su base individuale e non collettiva».
Il 19 dicembre, due settimane prima della scadenza
dei termini per la conversione in legge, il ministro
per i rapporti con il parlamento, Vannino Chiti,
riferiva all’assemblea l’intenzione
del governo di rinunciare alla conversione per
dei vizi formali. Dieci giorni dopo, il 29 dicembre,
un nuovo decreto (n.249/2007) veniva inviato al
presidente della repubblica per la necessaria
firma. Il nuovo provvedimento riprende ampiamente
la sostanza del decreto precedente e la estende
includendo anche misure per contrastare il «terrorismo
internazionale».
A distanza di qualche mese e con le elezioni alle
porte può tornare utile una riflessione
su cosa è effettivamente accaduto nei mesi
trascorsi, come è stato applicato il decreto,
chi e quante persone sono state oggetto di provvedimenti
di espulsione e quale è stato il suo impatto
reale sui rom.
Un
nuova caccia alle streghe?
Il decreto è stato presentato dai rappresentanti
del governo come una risposta necessaria al crescente
allarme sociale causato dall’arrivo in Italia
di un cospicuo numero di migranti romeni e dalla
comparsa di insediamenti di fortuna abitati soprattutto
da romeni di etnia rom in tutte le maggiori città
italiane. Per cogliere l’atmosfera che si
respirava lo scorso novembre, ‘un continuo
recriminare contro gli stranieri senza precedenti
nella storia recente dell’Italia’
secondo il corrispondente del quotidiano britannico
The Guardian, può essere utile ricordare
le parole pronunciate in conferenza stampa dal
prefetto di Roma a seguito dell’emanazione
del decreto n.181: «Firmerò subito
i primi decreti di espulsione. La linea dura è
necessaria perché di fronte a delle bestie
non si può che rispondere con la massima
severità».
Le reazioni al decreto sono state diverse, coprendo
un arco che va da chi ha condannato il provvedimento
come razzista e in violazione dei diritti umani,
a coloro che hanno suggerito che il decreto fosse
in linea con la direttiva dell’Unione Europea
sulla libertà di circolazione dei cittadini
degli stati membri nel territorio dell’UE
(2004/38/CE), a coloro che hanno visto nel decreto
una risposta populista all’allarme diffuso
senza alcun impatto reale, o perchè superfluo
in quanto la normativa in vigore già permetteva
le espulsioni in casi di minaccia alla pubblica
sicurezza o perchè troppo limitato nella
sua portata.
A partire da gennaio 2007, quando Romania e Bulgaria
sono entrate nell’Unione Europea, la minaccia
di un’«invasione» di migranti
provenienti da questi due paesi verso l’Italia
ha occupato spazio crescente nei media. L’arrivo
dei rom romeni, iniziato in realtà ben
prima dell’allargamento con l’abolizione
dei visti nel 2000, la nascita di campi irregolari,
una serie di episodi di criminalità riportati
con clamore nei media e vecchi e profondi stereotipi
e pregiudizi verso «gli zingari» hanno
contribuito a creare un senso di allarme e minaccia
crescente nell’opinione pubblica.
La tragica morte di Giovanna Reggiani ha fatto
esplodere le tensioni che si andavano cumulando
e ha messo in evidenza e amplificato quello che
si va a configurare come un fondamentale terreno
di confronto e scontro nella campagna elettorale
in corso: la sicurezza. Molte delle posizioni
espresse dai politici dei vari schieramenti nei
giorni caldi di novembre possono essere lette
come parte di una battaglia di posizione per la
conquista di questo terreno. Per Veltroni, il
decreto n.181/2007 è stato «la prima
iniziativa politica» del Partito Democratico
che ha rotto la classica dicotomia tra sicurezza
di destra e solidarietà di sisnistra. Anche
la sinistra radicale ha provato a dare una risposta
alla questione sicurezza e mentre il senatore
di Rifondazione Comunista Caprili invitava urgentemente
la sinistra a «ritrovare una connessione
sentimentale con il proprio popolo», ricordando
che «i campi nomadi non sono nei quartieri
bene ma nelle periferie», il presidente
della Camera dei Deputati Fausto Bertinotti affermava
che per la sinistra non è sufficiente essere
tollerante. Sull’altro versante dello spettro
politico, Gianfranco Fini si faceva portavoce
del fronte anti-immigrati attraverso dichiarazioni
che hanno suscitato sconcerto tra le associazioni
anti-razziste e una mezza crisi diplomatica con
la Romania.
In un’intervista al Corriere della Sera,
Fini definiva i rom come «una comunità
non intergrabile nella nostra società»,
persone che considerano «pressoché
lecito e non immorale il furto, il non lavorare
perché devono essere le donne a farlo magari
prostituendosi, e non si fanno scrupolo di rapire
bambini o di generare figli per destinarli all’accattonaggio».
Fini accusa il decreto di essere blando e dice
dovrebbero essere espulse 200-250 mila persone
dall’Italia. Dalla Lega Nord, invece, è
arrivato un tentativo di allargare la cornice
interpretativa dell’emergenza all’intera
questione immigrazione. Umberto Bossi sulle pagine
de La Padania dichiara: «Adesso tutti parlano
di rom e di romeni, tutta l’attenzione è
puntata lì. E si dimenticano che ci sono
tutti gli altri immigrati, con tutti i problemi
connessi. Non sono solo i rom a creare problemi
in questo Paese». E un altro esponente del
Carroccio rivendica la paternità di alcune
delle misure incluse nel decreto n.181, anche
se «copiate male e troppo tardi» dal
centro-sinistra.
In generale, si può affermare che la crisi
ha prodotto un impoverimento della qualità
della dialettica politica. Secondo un esponente
dell’Ufficio Nazionale Anti-discriminazioni
Razziali (UNAR), «assistiamo ad un deterioramento
del dibattito politico. Ciò che una volta
era considerato razzismo è ora accettabile
ed è spesso sostenuto e legittimato con
un uso strumentale e inaccurato di dati statistici».
Una preoccupante conseguenza di questo abbrutimento
è stata l’apertura di spazi di legittimazione
per quei gruppi e movimenti di estrema destra
che da tempo fanno della lotta «contro gli
zingari» il loro cavallo di battaglia. Così,
se il movimento di Storace accusa la sinistra
per «i millioni di immigrati che hanno invaso
l’Italia» e chiede il dispiegamento
dell’esercito, Forza Nuova tappezza la capitale
di manifesti contro i rom e comunica attraverso
il suo sito che il tempo è scaduto e che
«da oggi in poi tutti gli italiani sono
moralmente autorizzati all’uso di metodi
che vanno oltre le semplici proteste per difendere
i compatrioti».
Gli
effetti diretti e indiretti del decreto
Al 18 dicembre 2007, il decreto aveva prodotto
408 espulsioni, di cui 262 per motivi di pubblica
sicurezza, 124 per «motivi imperativi di
pubblica sicurezza» e 22 per cessazione
dei requisiti di soggiorno. Dieci giorni dopo,
il 27 dicembre, a poche ore dalla decadenza del
decreto, il computo era salito a 510 espulsioni,
di cui 181 per motivi imperativi. Pertanto si
può affermare che il provvedimento non
è stato applicato per legittimare espulsioni
di massa, come alcuni avevano temuto ed altri
avevano sperato.
Rispetto alla nazionalità degli espulsi,
i dati ufficiali non offrono delucidazioni. Si
tratta come è evidente di un dato sensibile
viste le accuse mosse al provvedimento di essere
diretto ad un gruppo specifico. Ad ogni modi,
dalle informazioni raccolte in alcune città
italiane (Roma, Milano, Napoli e Bologna) attraverso
associazioni, prefetture e giornali, sembrerebbe
che i cittadini romeni, soprattutto di etnia rom,
siano il gruppo più colpito. Il dato sembra
confermato anche dal fatto che i campi, regolari
e irregolari, sono stati oggetto di un setacciamento
sistematico da parte delle forze di polizia in
tutta Italia.
Ma, al di là dell’applicazione diretta
del provvedimento, il decreto ha avuto anche degli
effetti collaterali, più o meno voluti,
sia sul piano simbolico che materiale.
Il decreto, infatti, riconoscendo ufficialmente
l’esistenza di una «emergenza sicurezza»
ha legittimato non solo quei gruppi di estrema
destra che tradizionalmente adoperano la paura
dell’altro per fare politica, ma anche quelle
autorità locali che ormai da alcuni anni
– a Bologna, Cofferati ha iniziato la sua
«battaglia per la legalità»
nel 2005 con ripetuti e sistematici sgomberi degli
insediamenti non autorizzati di rom romeni –
contrastano l’insediamento di rom nei loro
territori con l’arma degli sgomberi. In
un anno il solo comune di Roma ha sgomberato oltre
seimila persone, molte delle quali rom.
I rom, romeni e non, anche se non rappresentano
una minaccia alla pubblica sicurezza (nonostante
i controlli a tappeto gli espulsi sono stati pochi)
sono sicuramente quelli che hanno risentito maggiormente
non solo del clima generale di caccia alle streghe,
ma anche dell’applicazione del decreto.
La campagna di sgomberi dei comuni, i controlli
nei campi e la schedatura condotta dalla polizia,
le accuse generalizzate da parte dei politici
e gli attacchi di matrice razzista hanno contribuito
a diffondere un clima di grande insicurezza tra
i rom. Molte persone hanno deciso di abbandonare
le città dove vivevano per tornare in Romania
o per spostarsi in luoghi meno pericolosi. I bambini
rom hanno risentito particolarmente di queste
migrazioni forzate, essendo costretti ad abbandonare
la scuola e i luoghi conosciuti. Costretti alla
macchia con i loro genitori da iniziative politiche
che forse producono vantaggi elettorali nel breve
periodo, ma che sul lungo termine creano criticità,
riducono la fiducia nelle istituzioni di quelli
che sarebbero nuovi cittadini e minano ogni tentativo,
pur piccolo, di integrazione che si era avviato.
*
Ricercatore presso il Refugee Studies Centre,
Università di Oxford e co-fondatore di
OsservAzione [www.osservazione.org]. Il presente
contributo trae spunto dai risultati di una ricerca
in via di pubblicazione condotta da OsservAzione
per l’Organizzazione per la Sicurezza e
Cooperazione in Europa (OSCE) tra novembre 2007
e dicembre 2007.
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