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Il
testo della decisione del Tribunale per i Minorenni
di Napoli in sede di appello [pagina 1
- 2].
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Rom
vuol dire criminale di
Emanuele Fittipaldi (L'Espresso)
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Colpevole di essere Rom, articolo
di Gianluca Carosino (Carta)
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Una condanna fin troppo annunciata, editoriale
di Francesca Saudino
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Comucato
di Soccorso Legale
"L’apparato
giudiziario ha scatenato, così, la sua
offensiva contro una bambina rom, sola e in difficoltà,
accanendosi in una smania di punizione alimentata
dal più vergognoso razzismo e dalla dilagante
ideologia securitaria di stampo fascista"
[Soccorso Legale]
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Nota
di Domenico Pizzuti
"Nel
clima poco favorevole a immigrati e rom, non ci
si può sottrarre all’impressione
di un atto di carattere dimostrativo che non onora
la civiltà giuridica del nostro paese e
della nostra città" [Domenico Pizzuti]
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I rom rubano i bambini? Uno studio di
Sabrina Tosi Cambini dimostra che non e' vero
- breve
sintesi della ricerca
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PROCESSI BREVI E …
PROCESSI SOMMARI
Comunicato
di Soccorso Legale Napoli
A.V. è la quindicenne rom accusata di aver
rapito una neonata a Ponticelli (Na) nel maggio
2008, avvenimento che scatenò la feroce
devastazione dei campi rom di Ponticelli. L’accusa
contro A.V. fu formulata dalla madre della neonata,
unica testimone dell’avvenimento, che fornì
una versione dei fatti oggettivamente poco verosimile.
Secondo il racconto della madre, infatti, A. V.
sarebbe riuscita ad introdursi nella sua abitazione
dove, approfittando del fatto che la neonata sarebbe
rimasta per pochi attimi sola in cucina, sarebbe
riuscita a “rapire” la neonata e ad
uscire dall’appartamento, il tutto in pochissimi
secondi, senza produrre il minimo rumore e senza
provocare il pianto della bambina.
L’Avv. Cristian Valle, difensore della piccola
rom, ha messo in evidenza la scarsa verosimiglianza
del racconto.
Nonostante ciò, il Tribunale per i Minorenni
di Napoli ha condannato la minore rom a 3 e 8
mesi, fondando la decisione di colpevolezza sul
presupposto che la madre della neonata non avrebbe
avuto alcun interesse ad accusare la minore rom
se il fatto non fosse realmente accaduto.
La difesa della piccola rom ha sempre denunciato
la violazione dei diritti fondamentali come, ad
esempio, la mancata traduzione degli atti nella
lingua conosciuta dall’imputata, questione
più volte sollevata ma sempre respinta,
nonostante le dichiarazioni della mediatrice culturale
che accolse a Nisida la piccola rom, secondo la
quale A.V. al momento dell’arresto non comprendeva
minimamente la lingua italiana. Ogni richiesta
della difesa è stata sistematicamente respinta,
perfino la richiesta della messa alla prova e
l’ammissione al patrocinio a spese dello
Stato, con la motivazione che A.V. potrebbe avere
ingenti patrimoni nel suo paese d’origine.
Non le è stato concesso alcun beneficio
di legge benché la minore risulti incensurata
e in stato di abbandono. I familiari di A.V.,
infatti, sono scappati a seguito della devastazione
del campo rom e delle persecuzioni verificatesi
a Ponticelli. La sentenza d’appello ha confermato
in pieno quella di primo grado e si attende ora
la decisione della Corte di Cassazione. Con il
processo ancora in corso, la piccola rom si trova
in custodia cautelare nel carcere di Nisida da
un anno e mezzo. A nulla sono valse le motivate
istanze di scarcerazione.
Da ultimo, il Tribunale per i Minorenni di Napoli,
in sede di appello al riesame, ha rigettato le
richieste della difesa con una motivazione assolutamente
sconcertante e che conferma le denunciate violazioni
dei diritti fondamentali della piccola rom. Si
legge infatti nel breve provvedimento: “Emerge
che l’appellante è pienamente inserita
negli schemi tipici della cultura rom. Ed è
proprio l’essere assolutamente integrata
in quegli schemi di vita che rende, in uno alla
mancanza di concreti processi di analisi dei propri
vissuti, concreto il pericolo di recidiva.”
La decisione afferma, quindi, l’esistenza
di un nesso di causalità tra l’appartenenza
etnica e la possibilità di commettere reati
e, ancora più insidiosamente, la tendenza
a condotte recidive. Questo assunto, sfacciatamente
razzista, si traduce nella decisione di non concedere
nemmeno misure alternative alla carcerazione:
“Sia il collocamento in comunità
che la permanenza in casa risultano, infatti,
misure inadeguate anche in considerazione alla
citata adesione agli schemi di vita Rom che per
comune esperienza determinano nei loro aderenti
il mancato rispetto delle regole. Da quanto detto
ne consegue il rigetto del proposto appello.”
Il provvedimento di rigetto della richiesta di
modifica della misura cautelare afferma a chiare
lettere che il collocamento in comunità
non è ammissibile in quanto la minore aderisce
agli schemi di vita del popolo cui appartiene.
In modo assolutamente sconcertante, si afferma
l’opzione del carcere su base etnica, e,
attraverso la definizione di “comune esperienza”,
i più biechi e vergognosi pregiudizi contro
la minoranza rom vengono elevati al rango di categoria
giuridica.
Questa decisione del Tribunale dei Minorenni -
e le stesse parole usate, agghiaccianti quanto
spudorate - è perfettamente coerente alle
attuali politiche in materia di immigrazione,
andandosi a delineare l’esistenza di due
distinte giurisdizioni, una per i cittadini e
l’altra per gli stranieri.
In un paese che sanziona la clandestinità
come reato, l’intera vicenda di A.V. è
rappresentativa dell’accanimento giudiziario
contro gli “stranieri” che gravemente
annichilisce i diritti umani, e della perdita
di limiti etici e giuridici oltre i quali le pulsioni
più cupe, non incontrando più filtri
di alcun genere, si caricano di forza di legge
e fondano decisioni giudiziarie.
25
Novembre 2009 soccorsolegalenapoli@yahoo.it
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