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Comucato
di Soccorso Legale
"L’apparato
giudiziario ha scatenato, così, la sua
offensiva contro una bambina rom, sola e in difficoltà,
accanendosi in una smania di punizione alimentata
dal più vergognoso razzismo e dalla dilagante
ideologia securitaria di stampo fascista"
[Soccorso Legale]
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Nota
di Domenico Pizzuti
"Nel
clima poco favorevole a immigrati e rom, non ci
si può sottrarre all’impressione
di un atto di carattere dimostrativo che non onora
la civiltà giuridica del nostro paese e
della nostra città" [Domenico Pizzuti]
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I rom rubano i bambini? Uno studio di
Sabrina Tosi Cambini dimostra che non e' vero
- breve
sintesi della ricerca
Archivio:
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Ordinarie emergenze napoletane editoriale di Francesca
Saudino
'Dietro
i roghi di Ponticelli la speculazione edilizia',
commento di
Giovanni Zoppoli
Comitato
Spazio Pubblico Napoli: Giu'
la maschera!
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Una
condanna fin troppo annunciata
di
Francesca Saudino (OsservAzione)
Lunedì
11 gennaio si è concluso il primo grado
del processo a carico di D. M. alias V. A., la
presunta “zingara rapitrice” che ha
acceso la fiamma dell’intolleranza nel quartiere
Ponticelli a Napoli lo scorso maggio.
A.
è stata condannata a 3 anni e 8 mesi di
reclusione con l’aggravante della minorata
difesa, per il fatto che la mamma si trovasse
nell’altra stanza. Le motivazioni saranno
rese pubbliche tra un paio di settimane e quindi
sarà possibile essere più precisi
nell’analisi della decisione.
Per
ora ci appare evidente che si tratta di una condanna
molto aspra, diremmo esemplare, per un reato che
prevede un minimo di pena di 8 mesi. Bisogna,
inoltre, considerare, che dall’epoca dei
fatti A. è rimasta sempre in carcere per
detenzione cautelare.
L’unica
testimone oculare del processo è la signora
Flora Martinelli, ovvero la mamma della bambina.
Come è possibile fondare una condanna così
pesante a carico di un minore, il cui interesse
per legge deve considerarsi assolutamente prevalente,
solo sulle dichiarazioni di una persona presunta
vittima?
E’ possibile purchè le dichiarazioni
provengano da un soggetto attendibile.
E cosa rende una persona attendibile?
Il
PM Rossetti non ha dovuto certo faticare molto
per convincere il colleggio giudicante dell'attendibilità
della teste. Sono bastate due domande del tenore:
«Lei è mai stata ricoverata per malattie
mentali?», «E’ mai stata seguita
da uno psichiatra?» e due «No».
Che questo sia un accertamento accurato e sufficiente
per ritenere che la persona non possa aver dichiarato
il falso è quanto meno dubbio.
Non solo, ma quando l’avvocato difensore,
Cristian Valle (Soccorso Legale), ha chiesto alla
teste se avesse precedenti penali, ottenendo risposta
affermativa avendo la signora precedenti penali
per falso ideologico, tutti, compreso il giudice
hanno ritenuto la cosa “non rilevante”.
Per
quanto riguarda poi la ricostruzione degli eventi
fornita dalla teste: la signora Martinelli afferma
che era in casa con la figlia Camilla ed erano
circa le 20, che controllava a intervalli brevi
e regolari la bambina, che ad un certo punto uscendo
dalla camera dove si trovava notava la porta di
casa socchiusa, si sporgeva per vedere fuori e
vedeva questa ragazza con sua figlia in braccio,
gliela strappava dalle braccia, la bambina piangeva,
a quel punto lei la riponeva su una seggiolina
- che guarda caso si trovava proprio nelle scale
– e, lasciata sola la bambina, passava ad
inseguire “la rapitrice”, peraltro
già bloccata. All’inseguimento si
aggregavano ben presto il padre ed altri vicini.
Il nonno teste del giudizio ha riferito di aver
fatto ritorno alla casa dove era la piccola Camilla
solo “dopo mezz’ora, un’ora”.
Il
quadro che sembra emergere – anche a voler
credere a tutte le dichiarazioni - è di
una famiglia certamente più preoccupata
a punire il nemico che a proteggere una bambina
di sei mesi che ha appena subito un tentativo
di sequestro.
E
questo ci sembra uno degli aspetti più
interessanti e gravi dell’intera vicenda,
perché lascia trasparire il clima quasi
da far west in cui viviamo, che ripone nelle mani
del singolo cittadino il potere punitivo legittimato
sempre più ad agire in prima persona per
la repressione delle condotte che ritiene ingiuste
e lesive. Ancor più se il presunto autore
della condotta lesiva è un estraneo per
eccellenza che sembra sfuggire alle logiche di
potere consolidate nei rioni, nei quartieri, nelle
città.
Nel
suo intervento finale prima della sentenza il
pubblico ministero sottolinea che si tratta del
“processo ad una persona e non ad un popolo”,
con ciò evidenziando ciò che è
ovvio e scontato, nonché legittimo giuridicamente.
La pubblica accusa, inoltre, ha tenuto a ricordare
che i rom hanno solitamente ottimi rapporti con
la cittadinanza, in particolare a Ponticelli dove
vivono da anni. Ma non si è trattato di
un tentativo scapestro per evitarsi l’accusa
di razzismo. Tale affermazione, infatti, è
diventa ragion per cui non vi è motivo
per dubitare delle parole della signora Martinelli,
che non avrebbe alcun movente per dire il falso
contro “una zingara”.
Purtroppo
ciò non risponde a verità, basta
ricordare i roghi dei giorni successivi al presunto
tentato rapimento, nonché i
manifesti del PD che, come sciacalli, sono
apparsi sui muri il giorno dopo invitando a cacciare
i rom da Ponticelli.
Da
un punto di vista processuale ci preme raccontare
che il collegio giudicante non ha concesso alla
minore la messa alla prova, ovvero una delle possibilità
definitore del processo penale minorile, che prevede
un percorso educativo e di inserimento sociale
del minorenne. Questo perchè A. non ha
confessato il reato e ha continuato a sostenere
la sua innocenza. Infatti, per prassi del Tribunale
di Napoli, la messa alla prova può essere
concessa solo a chi si dichiara colpevole, salvo
poi rischiare di essere comunque obbligato al
carcere in caso di condanna, se il giudice decide
di non concederla.
Si
tratta di una sentenza annunciata ma molto più
aspra del previsto. E’ la prima condanna
in Italia ad una minorenne per un reato del genere
ed è la conferma – con così
deboli prove – di quanto stereotipi e pregiudizi
possano avere pesanti ripercussioni non solo sul
generico pubblico ma anche sul procedimento penale,
come alcune ricerche hanno dimostrato.
Sembra
che nessuno – né i giudici, né
il PM, né la maggior parte dell’opinione
pubblica e della stampa – sia riuscito a
dubitare realmente e pensare che una donna italiana
potesse dire il falso e una zingara dire la verità,
nell’idea condivisa che uno zingaro è
certamente colpevole – e non innocente come
tutti - fino a prova contraria.
Al
di là di questa sentenza e della fiducia
nella magistratura ci sembra necessario continuare
nella battaglia per incrinare questo pensiero
unico collettivo.
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