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'Dietro
i roghi di Ponticelli la speculazione urbanistica''
Parla
Giovanni Zoppoli, referente
a Napoli di ''Osservazione'': ''La zona occupata
dagli accampamenti nomadi rientra nel Piano di
zona, dove da meno di un mese sono stati emessi
bandi per la costruzione di strutture residenziali''
NAPOLI
- Potrebbero essere due le forze alle spalle dei
roghi di Ponticelli, che in questi ultimi giorni
hanno praticamente distrutto gli accampamenti
Rom del quartiere in seguito ad un presunto tentativo
di rapimento da parte di una bambina di sei mesi
da parte di una donna Rom: la camorra e le forze
politiche. A teorizzarlo è Giovanni Zoppoli,
referente napoletano dell’associazione “Osservazione”,
che si occupa di Rom e Sinti in diverse parti
d’Italia.
Zoppoli
viene da una lunga militanza e conosce bene le
realtà dei Rom a Napoli in particolare
quella di Scampia e Ponticelli. “Ci sono
almeno due elementi che non quadrano: il primo
è che la zona occupata dagli accampamenti
nomadi rientra nel Piano urbanistico di zona dove
da poco meno di un mese sono stati emessi bandi
di gara per la costruzione di strutture residenziali:
appartamenti scuole, ospedali, servizi. Quest’area
è interessata da un finanziamento pubblico
di 7 milioni di euro; i termini per l’inizio
dei lavori è fissato per agosto. Se entro
tale data i lavori non partiranno, i soldi verranno
persi”.
Quindi
pensa ad un episodio pilotato?
Si,
sembra strano che questo allarme rapimento sia
scoppiato proprio adesso, pochi giorni dopo i
bandi di gara. Tra l’altro in Europa non
esiste nessun caso accertato di bambini rapiti
da Rom. Uno stereotipo vecchio e superato. E’
come quando negli anni ‘50 ci si aspettava
che prima poi qualche comunista se lo mangiasse
davvero un bambino.
E
rispetto alla criminalità organizzata?
Ci
sono da fare almeno due considerazioni in merito,
che rendono molto probabile questa ipotesi: la
prima è che Ponticelli è una zona
dove la camorra è molto forte, la seconda
è che la criminalità organizzata
ha sempre messo le mani sull’edilizia.
È
un cerchio che si chiude, dunque.
Si
chiude se si considera un terzo elemento, e cioè
quanto sia forte la pressione psicologica sulla
gente, quanto sia facile diffondere la psicosi
degli zingari che rubano bambini. In questo quartiere
c’è già un malessere molto
forte che dipende da tanti elementi, degrado urbano,
sociale, malavita, assenza di servizi. Insomma
diventa un po’ una guerra tra poveri, come
accade anche all’interno delle stesse popolazioni
Rom con gli Slavi che fanno guerra ai Rumeni.
Ci
sono almeno duecento Rom che in seguito all’incendio
dell’altra notte sono praticamente per strada,
che fine faranno?
Non
si sa bene che fine facciano. Così come
rimane il problema degli altri che si sono sparpagliati
in altre accampamenti. Purtroppo il problema è
come sempre quello di fondo e cioè che
non esiste una seria politica di accoglienza.
Ad
esempio?
Nell’emergenza
è necessario pensare a strutture di accoglienza
provvisoria, il problema è che il provvisorio
diventa definitivo. A Napoli negli anni ‘90
è stata realizzata una struttura di accoglienza
a Secondigliano che doveva essere una soluzione
all’avanguardia e che in realtà è
soltanto un ghetto. Io credo che bisogna perseguire
una politica vera di integrazione e smettere di
pensare ai Rom come popoli nomadi che vogliono
vivere così. Integrarli significa permettergli
l’accesso, insieme a gente del luogo, in
appartamenti magari usufruendo di fondi di garanzia
e supporti da parte delle istituzioni. (Elena
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