| Materiali:
Intervista
a Francesca
Saudino (in spagnolo)
Comitato
Spazio Pubblico Napoli: Giu'
la maschera!
OSCE:
Comunicato
Stampa
Editoriale
di Domenico Pizzuti
'Dietro
i roghi di Ponticelli la speculazione urbanistica',
intervista a Giovanni
Zoppoli |
Ordinarie
emergenze partenopee
di Francesca Saudino (osservAzione)
In
una Napoli invasa dall’immondizia con strade
e marciapiedi inondati dai sacchetti, con i blocchi
stradali, le colonne di fumo nero ecc, il 13 maggio
2008 scoppia l’ “emergenza rom”.
Sembra l’inferno. Nessuna delle due “emergenze”
è ovviamente un’emergenza ma il frutto
di politiche sbagliate e/o di mancati interventi
programmatici. Nemmeno a farlo a posta ancora
una volta i “rifiuti” sono accomunati.
I
fatti di questi giorni
Una donna accusa una ragazza rom di aver tentato
di rubare sua figlia nel quartiere Ponticelli,
la ragazza rom viene aggredita e rischia il linciaggio
da parte di un gruppo di cittadini napoletani,
la polizia ferma la ragazza che viene poi portata
nel carcere minorile di Nisida.
L’episodio rimbalza sui media nazionali,
cresce l’isteria per lo zingaro che ruba
i bambini, un gruppo nutrito di persone di Ponticelli
attacca i campi abusivi del quartiere, ci sono
episodi di aggressione fisica e verbale, vengono
lanciate molotov incendiarie e alcune baracche
prendono fuoco. I rom si rintanano tutti in due
campi, alcune volanti della polizia (poche) presidiano
l’area. Sul luogo, alle 14 del 13 maggio
c’è Michele Cocuzza per girare “la
vita in diretta”. Si scatena il putiferio,
in presenza della polizia vengono lanciate altre
molotov e i campi continuano a bruciare. La folla
è inferocita. I rom sono terrorizzati e
reclusi. La polizia presidia i campi. La folla
di napoletani controlla la polizia. I rom devono
andare via.
Arriviamo in serata e un poliziotto ci dice: “siamo
rassicurati dalla vostra presenza, fino ad ora
non si è visto un politico”. Alcune
ore di discussione sul da farsi, arriva la protezione
civile, “non ci sono soluzioni, né
tende provvisorie, né chiese, né
altro”, dicono. Non c’è spazio
dove metterli al sicuro. Devono andare via (tutti
d’accordo!). La protezione civile scorta
la maggior parte dei rom fino alla baraccopoli
del quartiere vicino. Alcuni (circa 15) vengono
portati nel centro ex scuola Deledda. I rom vanno
via con i loro Ape, la folla inveisce e grida:
“abbiamo vinto, abbiamo vinto, via, via,
dovete andare via”. Nessuno viene fermato.
Il giorno dopo continuano gli incendi dei campi
vuoti, i pochissimi rom presenti in un campo un
po’ appartato vanno via. Appare una manifesto
a firma del Partito Democratico “via gli
accampamenti rom da Ponticelli”. A Ponticelli
non ci sono più rom.
Edilizia
di Ponticelli
L’area dove sorgevano i campi è l’area
interessata al PRU (programma di recupero urbano):
67 milioni di euro sono disponibili per un intervento
di riqualificazione dell’area. Se i lavori
non inizieranno il 4 agosto di quest’anno
questi soldi andranno persi. La questione ha una
storia vecchia di un po’ di anni, ci sono
state già gare d’appalto, andate
deserte. Perché? Quello che ha fatto cambiare
il corso delle cose di recente, forse, è
il fatto che sia
aumentata la percentuale destinata all’edilizia
privata (40%).
Un
passo indietro.
Il
3 maggio all’auditorium di Scampia si tiene
un incontro importante organizzato dal “comitato
per lo spazio pubblico”, un comitato cittadino
composto sia di italiani che di rom che riflette
sugli spazi pubblici e sull’utilizzo partecipato
degli stessi. L’incontro si intitola “Asunen
Romanen/Sentiteci Gente”, un gruppo di rom
dei campi di Scampia si costituisce in associazione,
l’incontro è pensato per farsi conoscere
dalla città con alcune iniziative culturali,
uno spettacolo autorganizzato dai rom, un gruppo
musicale, un gruppo di ragazzi di Scampia che
organizza lo spettacolo su S. Giorgio, da sempre
il santo dei rom, il tutto nell’auditorium,
uno spazio pubblico reso fruibile dalle persone.
Ma l’incontro è anche un confronto
con alcuni attivisti rom, Nazzareno Guarnirei,
rom abruzzese e neoeletto presidente della Federazione
Rom e Sinti Insiem e Demir Mustafà, rom
macedone che vive da anni in Toscana. E’
un confronto tra rom e non rom sulle strade da
intraprendere per dialogare e far sentire la propria
voce. Il risultato è una critica netta
all’intervento assistenziale che ha contraddistinto
le politiche rispetto ai rom negli ultimi 30 anni,
un rifiuto dei campi, un invito alla partecipazione
e l’idea di pensare insieme alla trasformazione
degli spazi, nell’interesse di tutti.
A Napoli ci sono migliaia di rom in baraccopoli
ed un unico campo autorizzato situato tra un carcere
ed una strada a scorrimento veloce.
Resoconti
e prospettive
Evidentemente le politiche nazionali e locali
sui rom e sulla convivenza attuate fino ad ora
non hanno portato risultati significativi. Negli
ultimi tempi la situazione si è aggravata
perché la destra ha costruito la campagna
elettorale sull’odio razziale, in particolare
contro i rom e per la sicurezza (di chi?) e la
sinistra l’ha seguita sullo stesso tema,
balbettando. Ha vinto la destra e ora dovranno
dare seguito alle promesse.
La questione è complessa ma necessita di
scelte decise. I piani sono vari, c’è
la questione dei rom dei loro diritti e del contrasto
della discriminazione contro di loro, c’è
la questione della democrazia, c’è
la questione economica, c’è la questione
della convivenza, c’è la questione
degli spazi lottizzati. Ce ne sono tante altre.
Da dove partire per dipanare la matassa?
Il principio di uguaglianza e di non discriminazione,
espresso con chiarezza all’art. 3 della
Costituzione italiana, richiamato da molte norme
dell’ordinamento interno e da quelle di
rango sovranazionale, impone il trattamento paritario
delle persone, per tutti gli aspetti del vivere:
dalla casa, alla scuola, al lavoro ecc; oltre
a ciò lo Stato ha il compito di rimuovere
gli ostacoli di ordine economico e sociale all’uguaglianza.
In questo senso è automaticamente illegittimo
pensare soluzioni abitative con parametri al di
sotto degli standard valevoli per tutti, come
i campi; è illegittimo pensare a classi
scolastiche differenziali, è illegittimo
pensare e dichiarare di voler allontanare coattivamente
un intero gruppo appartenente ad una nazionalità
o ad una “razza” e via dicendo ed
occorre pensare politiche che colmino il gap socio-economiche
di chi non riesce, a causa di pregiudizi, difficoltà
e quant’altro, ad accedere al mondo del
lavoro, quindi ad avere un titolo regolare di
soggiorno, alla casa ecc ecc.
Se centinaia di rom vivono da 30 anni (o anche
da 5) in un quartiere, fanno parte della popolazione
di quel quartiere indipendentemente dal fatto
che siano nati da un’altra parte, che siano
italiani o stranieri, che siano rom o non rom,
pertanto una politica di amministrazione del territorio
deve tener conto degli interessi, dei bisogni
di tutti.
Non solo non è possibile pensare che la
soluzione sia “cacciarli tutti”, perché
questo è vietato dalla legge, ma non si
tratta neppure semplicemente di fare fronte ad
una emergenza umanitaria. Si tratta di mettere
in campo strategie efficaci di lungo periodo che
permettano l’avvicinamento delle persone
ed una vita dignitosa per tutti. E’ anacronistico
pensare a soluzioni definite temporanee ed emergenziali,
perché non solo non si tratta di un’emergenza
ma sappiamo già che la “temporaneità”
non esiste nella prassi degli interventi pubblici.
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