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Per
maggiori dettagli sulla vicenda di Verona leggi
gli articoli apparsi su Guerre & Pace
di Lorenzo Monasta: Nel
rispetto della legge (2004) e
Il
processo di Verona (2005)
TESTO
INTEGRALE DELLA SENTENZA
DI APPELLO
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VERONA:
CONFERMATA (IN PARTE) LA CONDANNA DEI LEGHISTI
di
Lorenzo Monasta
Il
30 gennaio 2007 si è celebrato a Venezia il processo
d'appello contro sei leghisti accusati di istigazione
all'odio razziale e di propaganda di idee razziste.
L'accusa si riferisce ai fatti dell'agosto-settembre
2001, quando la Lega Nord di Verona organizzò
una campagna ("FIRMA ANCHE TU PER MANDARE VIA
GLI ZINGARI DALLA NOSTRA CITTA'") contro la comunità
Sinta di Verona, accusata di risiedere in un'area
irregolare.
Andrebbe
premesso che, proprio a causa delle pressioni
della Lega Nord in Comune, nel 1995 era stata
votata una mozione nella quale si rigettava la
Legge Regionale 54/1989 che prevedeva che i Comuni
avessero la responsabilità di allestire aree per
la residenza di gruppi di Rom e Sinti presenti
sul territorio. Sempre nel 1995 la Lega aveva
bloccato la costruzione di un'area in Via Pasteur
adibita alla residenza delle famiglie Sinte. Non
era certo colpa dei Sinti, quindi, che risiedessero
ancora in un'area adibita alla sosta delle famiglie
giostraie. In tale area, infatti, i Sinti erano
stati indirizzati dalla Polizia Municipale e da
funzionari comunali, una volta naufragato il progetto
di Via Pasteur.
In
primo grado, nel 2005, i sei leghisti accusati
di aver organizzato la campagna razzista di raccolta
firme, Flavio Tosi, Barbara Tosi, Matteo Bragantini,
Enrico Corsi e Maurizio Filippi, erano stati condannati
a sei mesi di reclusione e a tre anni di interdizione
a partecipare ad elezioni politiche ed amministrative.
Il giudice li aveva ritenuti colpevoli di aver
organizzato una campagna dai toni razzisti e di
aver istigato all'odio razziale. Tali pene erano
state sospese, nonostante i sei leghisti non solo
non mostrassero di aver compreso la valenza della
condanna ma ripetessero, e ripetono tuttora, che
ritenevano giusta tale modalità razzista e che
avrebbero ripetuto ogni atto commesso. Nelle motivazioni
della condanna di primo grado si legge che i leghisti
erano stati condannati per aver "diffuso idee
fondate sulla superiorità e sull'odio razziale
ed etnico e incitato i pubblici amministratori
competenti a commettere atti di discriminazione
per motivi razziali ed etnici e conseguentemente
creato … un concreto turbamento alla coesistenza
pacifica dei vari gruppi etnici nel contesto sociale
al quale il messaggio era indirizzato."
Il
30 gennaio 2007 si è svolto a Venezia il processo
d'appello. Il giudice ha ridotto le pene, assolvendo
i leghisti dall'accusa di "istigazione all'odio
razziale" perché il fatto non sussiste, pur confermando
la condanna per aver organizzato una campagna
razzista. I mesi di reclusione sono stati ridotti
da sei a due. Ridotti anche i risarcimenti ai
sette Sinti costituitisi parte civile e all'ente
morale Opera Nomadi. Ha quindi retto fondamentalmente
l'impianto accusatorio. Tuttavia, ci si chiede
come una campagna organizzata da membri autorevoli
di un partito politico, con manifesti affissi
in tutta la città e raccolte firme, possa non
essere considerata istigazione all'odio razziale.
Dalla
sentenza d'appello comprendiamo che secondo i
giudici di secondo grado, non vi è stata incitazione
verso i pubblici amministratori, perché in realtà,
ciò che era indirizzato agli amministratori era
il testo della petizione. Il testo della petizione
chiedeva, testualmente, "lo sgombero immediato
di tutti i campi nomadi abusivi o provvisori e
che l'Amministrazione non realizzi nessun nuovo
insediamento nel territorio comunale". Ora, abbiamo
già visto come la Lega Nord fosse responsabile
di tale stato di abusivismo e provvisorietà. Tuttavia,
sappiamo che le storie che si raccontano nelle
sentenze sono sempre parziali ricostruzioni e
non ci scandalizziamo di questo. Rimane, però,
la delusione di fronte al fatto che i giudici
non considerino che i pubblici amministratori
fossero stati colpiti, come gli altri cittadini,
dalla campagna mediatica razzista della Lega Nord,
come se vivessero in un altro mondo.
La
scissione tra il testo della petizione e i toni
della campagna mediatica, linea di difesa degli
avvocati leghisti, è una farsa che anche un bambino
può comprendere. Ai pubblici amministratori era
sufficiente chiedere un atto amministrativo per
realmente "cacciare gli zingari da Verona". Ai
cittadini, affinché firmassero e facessero pressione
sugli amministratori, era invece necessario muovere
l'irrazionale odio razzista. Come pensare che
la pressione mediatica della campagna razzista
e le firme dei cittadini non influenzassero i
pubblici amministratori? E anche la richiesta
di un atto amministrativo - che calpesti i diritti
di una minoranza, non allestendo aree regolari
per la residenza dei Sinti, chiudendo gli insediamenti
che per colpa stessa delle negligenze amministrative
erano abusivi e provvisori, impegnandosi a non
allestirne altri, come previsto dalla legislazione
europea e regionale - non è forse incitare i pubblici
amministratori veronesi competenti a commettere
atti di discriminazione per motivi razziali ed
etnici?
Dalla
sentenza di primo grado leggevamo: "È, dunque,
falso che gli imputati abbiano mentito facendo
credere di aver voluto cacciare o fare cacciare
tutti gli zingari dalla città di Verona. È, invece,
vero il contrario: nel caso di specie gli imputati,
diffondendo 'tout court' pensieri fondati su idee
di superiorità e di odio razziale, hanno incitato
a commettere atti di discriminazione per ragioni
razziali ed etniche nei modi indicati in imputazione…"
Intanto
la Lega Nord, nei cinque anni dai fatti del 2001,
ha provveduto a promuovere i sei razzisti. Flavio
Tosi, attualmente candidato sindaco di Verona
alle prossime elezioni amministrative, allora
consigliere comunale e segretario cittadino di
partito, è ora assessore regionale alla sanità,
posto ben guadagnato con le 28 mila preferenze
raccolte alle elezioni amministrative. Il tutto
a segnalarci che le politiche razziste raccolgono
i loro frutti. Nel frattempo la legge anti-razzismo
europea stenta a farsi strada, le istituzioni
balbettano, chiedendosi ancora cosa sia razzismo
e cosa no, cosa sia istigazione all'odio e cosa
no. I discorsi populisti di chi attizza i suoi
contro gli altri fanno invece rapida presa, e
chi li fa rivendica, come gli imputati, la libertà
di parola e opinione, anche quando queste calpestano
i diritti fondamentali di chi ti sta accanto.
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